Il paese reale

Partecipo alla prima assemblea di condominio della mia vita. Dopo i vari convenevoli, baci e abbracci, inizia l’appello dei presenti. Bastano pochi minuti per assistere all’inevitale: una parte dei partecipanti inizia a raccontarsele di santa ragione. Invettive, accuse, minacce.
Ma siamo davvero sicuri che il cosiddetto paese reale sia migliore di chi ci governa?
Per dire, una mamma presente chiede la possibilità di poter trovare una soluzione ad un suo problema: quando parcheggia la sua auto, le catene e i paletti divisori dei posti auto di alcuni dei presenti sono un disagio per lei e il suo piccolo figlio di 6 mesi. Una volta sostata, per poter comodamente uscire dall’auto col seggiolino e il bimbo al seguito, fa una fatica bestia per poter svincolarsi da quella morsa di catene e paletti, chiare iniziative alla difesa della proprietà privata. La proposta è di poterle togliere, almeno per un limitato periodo. Si scatena una rissa che non vi dico, senza remore. Per i diretti interessati, quei paletti per nulla al mondo debbono essere toccati e chissenefrega se la sfortunata mamma è finanche caduta sulle catene divisorie. La signora, allora, si risente per la loro chiusura a prescindere al suo problema, minaccia di mettersi di traverso, da quel punto in poi, per ciascuna delle decisioni da intraprendere durante l’assemblea. Insomma, un bel caos e una tristezza infinita.
Quell’estenuante disagio che provo in quei quindici minuti di fervida discussione mi suggerisce di cedere il mio posto auto, che è privo di qualsiasi protezione, alla mamma delusa; poi, all’ennesimo scontro tra gli astanti, vado via, salutando tutti, ché io, la gente che litiga come se fosse in tv, non la sopporto mica.

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Saluti da Fujioka

E anche a Tokyo ci è scappato il giro fuori distretto. L’occasione è nata dall’invito della zia a passare a salutarla nel suo ristorante, tipicamente locale, per il pranzo. Ha scelto di vivere lontana dal caos della metropoli, per la precisione a Fujioka, nella prefettura di Gunma, a circa 70 km a nord della capitale.
Dopo un viaggio tranquillo, sebbene molto lungo, siamo giunti in questo apparente piccolo centro, con case tutte intorno a dei campi di riso. Anni luce di distanza da quello che, fino a poche ore prima, si poneva davanti ai nostri occhi come una costante: il caos organizzato.
Pare che da quelle parti di italiani non si siano mai avute tracce. Per eliminare questa buona tradizione, è successo che ne circolassero addirittura due nello stesso momento: me e mio fratello.
Una volta entrati nel ristorante, abbiamo fatto la conoscenza di un personaggio fuori dal tempo, folle come pochi, ma pur sempre gentile, cortese, nonché un ottimo cuoco.

Lo zio.

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Il commerciale

Entro in libreria e domando L’inverno di Frankie Machine di Don Winslow. Mi risponde il tipo al quale ho chiesto una mano. Mi dice che deve vedere nel magazzino perché sullo scaffale non c’è, ne è sicuro; nel frattempo decide di volermi vendere un altro libro ma gli dico che non sono interessato. Lui non si perde d’animo, si vede che è un commerciale purosangue, e prima di allontanarsi mi rifila un’altra offerta. Al che lo guardo malissimo: desidero acquistare solo il libro che ho chiesto. Finalmente comprende di dover rinunciare e va via a cercare quel che, pochi minuti prima, gli ho domandato. Dopo un po’, lo scorgo tra gli scaffali tornare verso di me: ha lo sguardo assente; tra le mani non ha nulla. Aspetto cosa ha da dirmi e mi preoccupo. Mi fa: per quanto paradossale, debbo dirle che l’abbiamo terminato. Ecco, è con quel paradossale che, allibito, quasi fuggendo esco dalla libreria.

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O tempora

Il mio capo è solito parlare dei tempi. Un giorno dice che i tempi sono difficili, un altro che i tempi sono duri, poi che arriveranno tempi ostici (ma non dice ostili, strano, io avrei puntato su quelli) e, pochi minuti fa, ha fatto sapere che sono tempi catartici.
Da queste parti credo di non esser il solo ad aver bisogno di una vacanza.

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Per vagabondaggio

La cosa più divertente che mi sia stata domandata, per le parole utilizzate, negli ultimi due giorni è “posso sapere come ti chiami nel caso dovessero arrestarci?” (e adesso dimostrate di possedere sufficiente immaginazione nel non concedervi al primo pensiero che stavate facendo, suvvia).

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